Sunday 14 february 2010 7 14 /02 /Feb /2010 16:53

Il reato di moda: “La CORRUZIONE”

di Fernando Cannizzaro 14 febbraio 2010

  corruzione.JPGIl Fatto Quotidiano del 13 febbraio 2010 in un articolo a firma di Peter Gomez (che Noi condividiamo in toto)  definisce la corruzione la “TASSA OCCULTA”  e precisa che : “La Corte dei Conti ha calcolato in 60 miliardi di euro il costo pagato dai cittadini a causa della corruzione” Apprendiamo anche dallo stesso giornale che l’Italia  si trova al 63° posto, dopo il Botswana, nella classifica sulle Nazioni più virtuose.

Facciamo i complimenti all’Italia ed a chi la Governa per questo primato raggiunto.

In questa breve sintesi sulla corruzione cerchiamo di individuarne le cause e di chiarire prima di tutto come si concretizza il reato di  Corruzione,(artt. 318-322) perché questo istituto viene spesso citato a sproposito e confuso con la concussione.

CORRUZIONE  L’art. 318 del Codice Penale recita testualmente che:” Il pubblico ufficiale,che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terzo,in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Se il pubblico ufficiale riceve la retribuzione per un atto d’ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino a un anno.”

CONCUSSIONE Leggiamo ora l’art.317 del C. P. “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.”

Che differenza c’è fra Corruzione e Concussione ?  Domanda che molti mi hanno posto inviandomi numerose mail alle quali mi è difficile poter rispondere per questioni di tempo. Preferisco rispondere quì a tutti i lettori.

Chiaramente risponderò, in linea generale, senza scendere nei numerosi casi in cui queste differenze  possono verificarsi nei rapporti tra semplici cittadini e pubblici ufficiali. In buona sostanza la differenza riguarda la posizione  che il privato ed il pubblico ufficiale assumono nel reciproco rapporto.

Seguiamo ciò  che dice la Cass. pen., Sez.VI, 19/10/2001, n.1170:

“ Il criterio per distinguere la concussione dalla corruzione propria è quello del rapporto tra le volontà dei soggetti. In particolare nella corruzione esso è paritario e implica la libera convergenza delle medesime verso un comune obiettivo illecito ai danni della p.a.; mentre nella concussione il pubblico agente esprime una volontà costrittiva o induttiva che condiziona il libero esplicarsi di quella del privato, il quale, per evitare maggiori pregiudizi, deve sottostare alle ingiuste pretese del primo. Elemento necessariamente comune alle due figure è l'esistenza di una indebita erogazione del privato al pubblico agente. Elemento eventualmente comune (e necessario solo nella corruzione propria) è un esercizio antigiuridico dei propri compiti da parte del pubblico agente. Elemento, infine, discriminante tra le due figure è la presenza, nella concussione (e l'assenza, nella corruzione), di una volontà prevaricatrice e condizionante da parte del pubblico agente. Ne consegue che, in presenza dei primi due elementi - il mancato accertamento del terzo conduce necessariamente, ad escludere che il fatto oggetto di valutazione possa essere considerato come concussione.”
In buona sostanza mentre nella CORRUZIONE vi è un accordo fra un pubblico funzionario ed un privato, in forza del quale il primo accetta dal secondo, per un atto relativo all’esercizio delle sue attribuzioni, un compenso che non gli è dovuto. Quindi  i soggetti trattano pariteticamente con manifestazioni di volontà convergenti  sull’atto illecito  da compiere. Nella CONCUSSIONE  - che è reato monosoggettivo –  invece,  il pubblico ufficiale,  è il dominus (padrone) della situazione illecita , il quale, abusando della sua qualità o del suo potere, costringe con la minaccia e induce con la frode un privato a sottostare all’indebita richiesta, mettendolo in una situazione che non offre ulteriori alternative.

Sia nella corruzione che nella concussione uno dei soggetti in causa deve avere la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio perché questi reati possano concretizzarsi.

Vediamo che significa pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio

NOZIONE DI PUBBLICO UFFICIALE

L’art. 357 del codice penale così definisce il pubblico ufficiale :
“Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa.

Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzati dalla formazione o dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo dei poteri autoritativi o certificativi.”

 

L’Art. 358 del C.p. definisce la nozione di INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO

Così recita: “Agli effetti della legge penale, sono incaricati di un pubblico servizio, coloro i quali a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio.

Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di quest’ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale.”

OGGETTO dei reati

Oggetto materiale della condotta è “il denaro o altra utilità”.
Nel termine utilità va inteso tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, materiale e morale, patrimoniale e non, consistente tanto in un dare , quanto in un facere, e ritenuto rilevante alla consuetudine comune ( Cass. Sez. Un., 11-5-1993).
Non rientrano nel concetto di altra utilità le cd. Regalie e, in genere i donativi di pura cortesia quando, in ragione della loro manifesta sproporzione rispetto all’atto del pubblico ufficiale, cui sono destinati, siano del tutto inidonei ad assumere valore e significato di retribuzione, posto che nel concetto di retribuzione è sempre insita una idea di adeguatezza e di corrispettività ( Cass. VI, 3-11-1998).

A grandi linee abbiamo cercato di chiarire al lettore, in parole semplici,  la differenza fra i due tipi di reati contro la pubblica amministrazione.

Cerchiamo ora di individuare le cause che hanno determinato e determinano il fiorire e rifiorire di questi odiosi delitti. La pubblica Amministrazione dovrebbe agire sempre per il bene dei cittadini. Per fare ciò lo Stato si  avvale dei propri funzionari (pubblici ufficiali, incaricati di un pubblico servizio, dipendenti statali, parastatali, dirigenti ecc.) che altro non sono che i cd. “dipendenti pubblici” Non sempre questi ultimi sono persone oneste e rispettose delle leggi. Molte volte per ottenere danaro o altre utilità corrompono o vengono corrotti da terzi estranei all’Amministrazione. Si concretizzano allora  i cd.  “reati”  che abbiamo sopra descritto. Perché accade questo? Fondamentalmente per i seguenti motivi:  a)  disonestà innata dei funzionari dello Stato; b) malcostume diffuso nella P.A. 3) imposizione mafiosa. Quale il rimedio? Purtroppo si può fare ben poco per arginare questa piaga. Un immediato provvedimento sarebbe quello di interdire, in via definitiva, i corruttori, dai pubblici uffici in aggiunta alle pene previste dal Codice penale. Ma non è quasi mai accaduto – a memoria di uomo -  che chi si rende colpevole di questi reati sia stato licenziato dal posto di lavoro. C’è sempre stato il politico di turno che gli ha lanciato la ciambella di salvataggio. E la storia si ripete. Come il cd. Cane che si morde la coda. Ricordate il periodo di Tangentopoli o Mani pulite! Ricordate quanta gente è stata processata proprio per questi tipi di reati? A distanza di tempo il fenomeno si è ripresentato (semmai fosse finito!) più rigoglioso di prima. Leggetevi a pag. 3 del “Fatto Quotidiano del 13 febbraio 2010  l’articolo intitolato: “Un anno di corruzione nello Stivale”  troverete oltre venti tipi di reati di questa tipologia (Corruzione e Concussione) disseminati in tutte le Regioni d’Italia. Sembra proprio che sia un reato di moda!  A volte essere stato processato per corruzione o concussione sembra proprio costituire un titolo di merito! Ahimè! Come ci siamo ridotti! Ed il dramma è che non si intravede rimedio alcuno!

Di Ferdy - Pubblicato in : Politica
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Wednesday 3 february 2010 3 03 /02 /Feb /2010 17:35

Un filtro a Internet, è battaglia Così si censura la rete

Repubblica — 02 febbraio 2010   pagina 19   sezione: CRONACA

ALESSIO BALBI ROMA - Le regole che il governo prevede di applicare ai video su internet sono «tanto pesanti quanti inefficaci». E' il parere del presidente dell' Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, sul cosiddetto «decreto Romani»: si tratta del provvedimento che dovrebbe recepire la direttiva europea in materia di tv ma cheè al centro di numerose critiche perché sembra equiparare siti come Youtube alle tradizionali emittenti televisive, con relativi obblighi. Secondo Calabrò, la normativa di recepimento messa a punto dal viceministro alle comunicazioni Paolo Romani «è fuori dal quadro della direttiva e questo», pronostica il presidente dell' Agcom, «può far sorgere questioni con la Commissione europea». Sotto la lente d' ingrandimento dell' Authority sono finiti gli articoli che prevedono l' equiparazione tra i siti di video ei canali tv tradizionali: così come le emittenti tv sono responsabili per i contenuti delle loro trasmissioni, così i provider internet dovrebbero effettuare un controllo preventivo su ogni filmato caricato dai propri utenti. «Un obbligo di monitoraggio di questo tipo significherebbe distruggere il sistema internet», ha dichiarato Google, proprietario di YouTube, per bocca del consigliere italiano Marco Pancini. Dello stesso avviso Calabrò, secondo il quale «un filtro generalizzato sarebbe restrittivo come in nessun paese occidentale e inefficace perché puramente burocratico». Nei giorni scorsi, la stessa Commissione europea aveva lasciato trapelare il proprio disappunto per norme che rischiano di violare le direttive continentali sul commercio elettronico: l' Unione ha infatti stabilito che i provider non hanno alcun obbligo di monitorare o ricercare attivamente i contenuti illeciti presenti sulla sua piattaforma. Al contrario, i fornitori di servizi internet devono rimuovere i contenuti illegali una volta che questi gli vengano segnalati dagli altri utenti o dalle autorità. Ciò nonostante, i vertici di Google sono attualmente sotto processo a Milano per il video che documentava le violenze contro un ragazzo disabile pubblicato su YouTube nel 2006. Contro il decreto Romani si è attivato un fronte trasversale che ha visto uniti parlamentari dell' opposizione, come Paolo Gentiloni, Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita, ma anche rappresentanti della maggioranza, come Luca Barbareschi. Oltre alle norme sul web, hanno suscitato perplessità il taglio al tetto degli spot sui canali a pagamento e lo stop ai film per adulti durante la fascia protetta sulle pay tv. Provvedimenti che colpiscono sopratutto Sky, ovvero il più agguerrito concorrente di Mediaset. Nei giorni scorsi, Romani ha incontrato i rappresentanti di Google e Yahoo!. In seguito a queste audizioni, il viceministro ha aperto a possibili cambiamenti: «Faremo chiarezza anche per quanto riguarda il web», ha detto. Intanto, i gruppi parlamentari del Pd, dell' Idv e dell' Udc hanno annunciato per domani un incontro con i rappresentanti delle categorie (lavoratori e aziende) coinvolte dal decreto. - ALESSIO BALBI

 

GUARDA ANCHE:

President, help Internet in Italy!

Fonte: veroweb

 


L'ultimo attacco alla Rete arriva dal decreto legge Romani che potrebbe diventare esecutivo il 28 gennaio. Si vuole equiparare la Rete alla televisione. Una piattaforma come Vimeo o YouTube avrebbe le stesse responsabilità sui video pubblicati di Rai o Mediaset (che però li producono) con sanzioni e possibile chiusura dell'accesso attraverso i provider. La fine dei video on line. Una porcata che neppure la Cina. La UE e persino lAutorità per le Garanzie per le Comunicazioni (AGCOM) hanno espresso forti dubbi sul decreto. Il decreto va contro "la direttiva europea sul commercio elettronico che vieta obblighi di monitoraggio preventivo da parte dei service provider, come stabilisce invece il decreto legislativo".

 

NOSTRO COMMENTO: Per dirla con Fini: “Siamo alle comiche finali….” Ma come si fà ad equiparare Youtube o altri Provider o altri siti di video ai canali Tv tradizionali. La stessa Unione Europea ha infatti stabilito che i Provider non hanno alcun obbligo di monitorare…Solo i fornitori di servizi Internet devono rimuovere i contenuti illeciti o illegali una volta che questi vengono segnalati dalle Autorità. La verità è che i nostri governanti vanno cercando il cd “pelo nell’uovo” per poter tappare la bocca alla Rete. Per fortuna anche nell’ambito della stessa maggioranza ci sono voci contrarie. Speriamo che la ragione ed il buon senso abbiano il sopravvento!

Di Ferdy - Pubblicato in : Politica
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Friday 29 january 2010 5 29 /01 /Gen /2010 19:17

Processo breve: sì, ma con potenziamento risorse umane e materiali «Basta conflitti tra magistrati e politica»

Il procuratore generale della Cassazione all'apertura dell'anno giudiziario: «Contrasti non più tollerabili»

Fonte:il corriere.it

 Montesquieu.JPGROMA - Basta ai contrasti tra magistratura e classe politica: «Non sono più tollerabili». È l'appello rivolto dal procuratore generale della Corte di cassazione, Vitaliano Esposito, nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario. «Contrasti non più tollerabili tra foro e magistratura e tra magistratura e classe politica», ha detto Esposito, citando anche il presidente della Repubblica e sottolineando che «è necessario che si fermi la spirale delle tensioni non solo tra le parti politiche ma anche tra le istituzioni». Contrasti però che non riguardano solo magistrati e politici, ma anche magistrati al loro interno: «In talune realtà territoriali si ha la sensazione che taluni magistrati impegnino le loro energie a contrastarsi reciprocamente più che a contrastare la criminalità. Si tratta di esigue minoranze che, tuttavia, destano preoccupazione».

PROCESSO BREVE: SÌ MA CON RISORSE - Il procuratore generale apre al processo breve, a condizione però che siano «adeguatamente potenziate» le risorse umane e materiali. Devono essere «accolte con favore tutte le iniziative volte a contenere la durata del processo entro termini ragionevoli», ha affermato il pg. Ma «ogni intervento in tale direzione, se non vuol restare una mera enunciazione d'intenti e produrre guasti maggiori dei benefici auspicati, deve essere preceduto da una radicale riforma strutturale dei sistemi sostanziali e processuali, oltre che da un adeguato potenziamento delle risorse umane e materiali». Per fare la riforma però, ricorda Esposito, «occorre instaurare un dialogo franco e costruttivo fondato su un sentimento di comune appartenenza».

CARENZE ORGANICO - Esposito ricorda altresì la carenza di organico: «Diventa sempre più grave la carenza di personale amministrativo, con conseguenze assai importanti in diversi settori. Taluni uffici hanno carenze di personale che raggiungono il 30%. Inoltre la drastica riduzione degli stanziamenti, ad esempio per gli straordinari, non consente di trattenere in ufficio il personale amministrativo oltre l'orario di lavoro».

INTERCETTAZIONI - Le intercettazioni telefoniche e ambientali sono «invasive» ma «utili per il contrasto a diversi fenomeni criminali», specie in un periodo «in cui il contributo dei collaboratori di giustizia si è sensibilmente ridotto», ha sottolineato il procuratore generale Esposito. Sui costi il pg segnala che sono stati ridotti, ma si potrebbero diminuire «in modo consistente se le procure disponessero di impianti adeguati».

PERPLESSITÀ PER I GIUDICI NEI TALK SHOW - Nel suo intervento Vincenzo Carbone, primo presidente della Cassazione, ha affermato che «desta perplessità» la partecipazione dei giudici ai talk show televisivi dove si ricostruiscono delitti alla «ricerca di una verità mediatica diversa da quella processuale. Carbone ricorda ai giudici che partecipano a queste trasmissioni di «ispirarsi sempre a criteri di equilibrio e misura, a pena di sanzioni disciplinari».

CSM - Nicola Mancino, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm), nel suo intervento ha detto che «una buona riforma ha bisogno della collaborazione di tutti». Se l'anno in corso «sarà quello delle riforme, il Csm non mancherà di dare il proprio contributo». Mancino si è espresso contro ogni intimidazione dei magistrati. L'esercizio della giurisdizione «va salvaguardato da ogni forma, scritta o verbale, di intimidazione o di interferenze che possano mettere in dubbio il pieno e libero suo svolgimento».

ALFANO - Nel suo intervento, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha prima ringraziato il capo dello Stato per aver pronunciato «in materia di giustizia parole sempre decisive per il mantenimento degli equilibri istituzionali», e poi il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «per il sostegno politico offerto all'azione riformatrice del governo soprattutto in materia di antimafia e giustizia civile». Il Guardasigilli ha poi annunciato che il governo ha «in mente un progetto chiaro per vincere la lentezza» della giustizia italiana. «È un percorso irto di ostacoli che non prevede che da un giorno all'altro come d'incanto tutto si risolva. Ma non ci siamo rassegnati». Alfano ha poi ribadito «il rispetto per l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati», ma ha sottolineato che «la legge la fa il Parlamento libero, democratico, sovrano, espressione del popolo italiano».

ANM - Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara smentisce che ci siano spaccature tra le toghe sulla protesta che si terrà sabato nelle corti d'appello.«La magistratura è unita, l'Anm è la casa di tutti i magistrati. Sabato parleremo con una voce sola» aggiunge Palamara, ricordando che i rappresentanti del sindacato delle toghe leggeranno sabato un unico documento. Per protesta, infatti, l'Anm lascerà le cerimonie quando prenderà la parola il rappresentante del ministero della Giustizia, eccetto a L'Aquila dove interverrà Alfano e la protesta non sarà fatta «per rispetto delle istituzioni». L'Anm nel documento critica «gli insulti e aggressioni» rivolte ai magistrati da parte del capo del governo e da altri «esponenti politici di primo piano» e ribadisce quali sono le «vere riforme» di cui ha bisogno la giustizia Redazione online 29 gennaio 2010

NOSTRO COMMENTO: Le parole del Procuratore Generale della Cassazione Dr. Vitaliano Esposito e del Primo Presidente della Cassazione Dr. V.zo Carbone sono parole sagge che tendono ad allontanare i contrasti tra Magistratura e Classe Politica. Noi, però, siamo profondamente scettici che l’attuale Governo possa raccoglierle. Finchè durerà il cd “odio di casta” da entrambi le parti, non ci saranno mediazioni ed inviti alla ragionevolezza che tengano. Ci stiamo avviando verso la fase calante della democrazia. Diceva Montesquieu che i tre poteri dello Stato (legislativo – esecutivo e giudiziario) dovrebbero rimanere in stato di riposo, o di inazione. Ma siccome, per il necessario movimento delle cose, sono costretti ad andare avanti, saranno costretti ad andare avanti di concerto. Cosa che in atto non avviene. Il potere giudiziario, deve essere sottoposto solo alla legge, di cui deve attuare alla lettera i contenuti (deve essere la "bouche de la lois", "la bocca della legge"). Se vi sono teste calde o mele marce occorre subito intervenire applicando sanzioni disciplinari come suggerisce il Dr. Carbone. Per il resto formuliamo anche Noi l’augurio che si possa dialogare serenamente. Non fosse altro per non far rivoltare dalla tomba Charles de Secondat, Barone di Montesquieu.

Di Ferdy - Pubblicato in : Giustizia
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Friday 29 january 2010 5 29 /01 /Gen /2010 08:07

Intervista sul processo breve ad Antonio Ingroia- Procuratore antimafia


Fonte:StaffGrillo



Cinque magistrati sono stati minacciati di morte: Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Non tutti sanno chi sono questi magistrati o conoscono le inchieste di cui si occupano. Il blog con l'iniziativa: "Adottiamo un magistrato" vuole dar loro visibilità. Antonio Ingroia introduce una nuova definizione del "processo breve", quella della "morte breve del processo". In sostanza, non si punta a diminuire i tempi processuali, ma a eliminare la possibilità di una sentenza. A Roma si lavora da vent'anni alla riforma della giustizia, dai tempi di Mani Pulite in cui i partiti si accorsero di essere soggetti alla legge. Un lavoro intenso, faticoso, bipartisan, che ogni anno rende sempre più difficile processare e condannare i politici. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Intervista a Antonio Ingroia, magistrato:

 

 

La morte breve del processo

(espandi | comprimi)

Blog: riforma della giustizia, si tratta del processo breve, che sembra essere un accorciamento dei tempi di prescrizione.

Ingroiaa: sì, infatti credo che l’unica cosa felice dal punto di vista dell’idea del legislatore sia stata soltanto quella dell’etichetta, ossia viene messa un’etichetta accattivante a questa legge, "processo breve", partendo dal presupposto ovvio che tutti i cittadini vogliono il processo breve, ma lo vogliono, naturalmente, anche i magistrati un processo breve. Non è certo dalla magistratura che verrà una posizione contro una vera legge del processo breve.

 

 

Una vera riforma della Giustizia

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Blog: la soluzione è il trasferimento d’ufficio dei magistrati, che è la proposta del Ministro Alfano per ridurre le vacanze di organico?

Ingroia: non è questa certo la soluzione: la soluzione è quella che sembra che il governo stia finalmente intraprendendo, grazie alla spinta della magistratura associata, alle minacce di sciopero e così via, ossia quella di ripristinare la possibilità per i magistrati di prima nomina, i cosiddetti uditori giudiziari, di venire anche nelle sedi difficili, mentre credo che siano del tutto incomprensibili le ragioni di questo ostracismo nei confronti dei giovani magistrati, ritenuti degli irresponsabili a cui non si potrebbe affidare un compito di Pubblico Ministero.

 

 

Il processo breve e la legge sulle intercettazioni

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Blog: lei è autore del libro: “ C’era una volta l’intercettazione”, in cui ha fatto l’analisi di un altro progetto in cantiere. Lei dice: “c’è il rischio di perdere un importante strumento d’indagine, che già sembrava una cosa molto grave: adesso la legge sul processo breve rischia proprio di ridurre la portata dell’efficacia di quella che è la destinazione dell’indagine, ossia il processo”. Sono due cose connesse?

Ingroia: diciamo che anche la legge sulle intercettazioni avrà come effetto quello di inserire un ulteriore strumento di ingiustizia, perché? Perché le intercettazioni, come le indagini degli ultimi anni hanno dimostrato, sono state uno straordinario strumento d’indagine, soprattutto in un certo tipo di procedimenti: i procedimenti dove si è svelata la criminalità del potere, la criminalità dei potenti, molti dei quali sono incappati nelle intercettazioni telefoniche e nelle intercettazioni ambientali, che hanno svelato le malefatte.

 

 

L'impunità dei colletti bianchi

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Blog: alcuni suoi colleghi dicono che nei tribunali si macina l’acqua, oppure che sono posti dove entrano tonnellate di carta e escono tonnellate di carta: è possibile che vada bene alla classe politica una giustizia che funziona così?

Ingroia: non mi piace fare considerazioni squisitamente politiche, registro soltanto il dato di fatto che le grida d’allarme su una giustizia che non funziona si levano soprattutto dalla magistratura da anni e le risposte sono delle risposte del tutto inadeguate e spesso offensive, accusando i magistrati di essere fannulloni, corporativi, disorganizzati, quando chi conosce - e ce ne sono tanti anche in Parlamento - come funziona la macchina della giustizia sa quali sarebbero le riforme giuste per far riprendere velocità a un motore che sembra inceppato.


NOSTRO COMMENTO: Fate girare questo video!

 

Di Ferdy - Pubblicato in : Giustizia
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Tuesday 26 january 2010 2 26 /01 /Gen /2010 09:15

La memoria inutile


di Barbara Spinelli - 24 gennaio 2010


  Barbara_Spinelli_Napolitano.jpgLa memoria, che in Italia non è mai diventata musica di fondo della politica come nelle nazioni che con tenacia hanno lavorato sul proprio passato...

...(parliamo in modo speciale della Germania, ma l’esame di coscienza fu approfondito anche in Sud Africa, unendo la sete di verità al bisogno di riconciliazione), è raramente trattata, dalla nostra classe dirigente, come qualcosa che aiuta a capire perché un male è nato, perché si perpetua mutando le forme, perché i rimedi non l’hanno curato ma anzi aggravato.

La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare, perché asservita a questa o quella forza politica oltre che a effimere contingenze.

Emiplegica, perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato che gli permettono di evitare, e tradire, l’esame di coscienza.

Come nel malato emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno scuro che consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico. Verso la storia, parecchi politici e giornalisti hanno uno strano atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro, essendo troppo coinvolti nel presente. Dall’altra pretendono di dirla in prima persona, fingendo olimpiche distanze che non possiedono. Il direttore del Tg1, nel celebrare i dieci anni della morte di Craxi, accampa precisamente tale pretesa: «È arrivato il momento dice di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia».

 

Il ricordo degli anni di Bettino Craxi non è l’unico esempio di memoria tradita. Anche il terrorismo italiano è ricordato con metodi poco corretti, anche la storia del fascismo o di Salò. A partire dal momento in cui la memoria è maneggiata alla stregua di domestica, quel che finisce col prevalere è una visione dei mali italiani radicalmente distorta. Il male che la coscienza impone di esaminare non fu un male in sé: in fondo, lo divenne perché vinto dalla Storia. In molti casi fu perfino nobile, non meno del suo avversario. Il conflitto non è fra ragione e torto, fra giustizia e crimine, ma fra chi ha vinto e chi ha perso. In Italia si è ragionato così su Salò, e anche sul terrorismo. Prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, Toni Negri sostenne che il terrorismo era «superato perché vinto», e per questo non era più «di attualità». La lotta armata di per sé non era condannabile.

Lo stesso accade per la memoria di Craxi. La sua battaglia politica è considerata grande e bella, se non fosse per Mani Pulite che gli strappò la vittoria e macchiò questa compatta bellezza. Ovvio, in queste condizioni, che le colpe siano tutte esterne al soggetto («L’inferno, sono gli altri», dice Sartre) come spesso succede nella memoria dei vinti che non guardano dentro di sé, perché inebriati dall’esperienza della vittima. La memoria selettiva e ancillare ci restituisce in tal modo un Craxi grande statista, soprattutto un modernizzatore, il cui nobile progetto fallì a causa, essenzialmente, dei magistrati. Per riscoprirlo è raccomandato non solo di separare la politica dai fatti di corruzione, ma di estromettere i fatti di corruzione lasciando che resti, del leader, solo la luce. Le inchieste giudiziarie cadono nelle ombre del corpo politico emiplegico. Nietzsche parlava di memoria antiquaria, che ammobilia «con pietà o furia collezionista» un nido familiare chiuso, impenetrabile dall’esterno, conservatore del passato.

Altra cosa la memoria critica, che guarisce trasformandoci: memoria faticosa, perché gli uomini tendono a «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui si deriva».

Senza dubbio il leader socialista fu un politico con encomiabili progetti iniziali: unificare le sinistre, rafforzando la componente socialista dell’unione e banalizzando, alla maniera di Mitterrand, l’ingresso dei comunisti nel governo; liberare sinistre e sindacati da formule errate come la scala mobile; legare il Psi al dissenso nei paesi comunisti. La sua opera di modernizzatore fu, secondo molti, la sua più grande virtù. Modernizzazione che tuttavia riuscì solo in parte. Che fu a un certo punto abbandonata, autonomamente. Che si spezzò non solo perché fortemente avversata dai comunisti ma perché Craxi smise di volerla, prepararla, attuarla.

L’azione di Craxi fu in realtà un singolarissimo impasto di intuizioni giuste e coraggiose, di spregio profondo della politica, di intreccio tra politica e mondo degli affari, di uso spregiudicato di mezzi finanziari illeciti. La corruzione non fu un dettaglio inessenziale di tale azione ma un suo torbido elemento costitutivo. Era moderno il politico che si crea spazi di potere con l’aiuto di potentati economici, e in cuor suo ritiene inefficace la via virtuosa. Il motto degli esordi craxiani fu: primum vivere, prima di tutto urge vivere e sopravvivere. In un’intervista a Eugenio Scalfari, il 3-5-90 su Repubblica, Craxi non nasconde la crisi abissale della democrazia e dei partiti: la società italiana si era irrobustita per conto proprio, dice, mentre il ceto politico era restato una chiusa corporazione, incapace di rinnovarsi. E a Scalfari che gli chiede perché, Craxi replica: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi».

In fondo non sono diversi i due discorsi tenuti alla Camera durante Mani Pulite, il 3 luglio ’92 e il 9 aprile ’93. Due discorsi che descrivono la corruzione di un intero sistema politico. Questo dice la chiamata di correo del ’92: «Tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Non credo che ci sia nessuno in quest’aula (...) che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alzò, e l’atto mancato resta la vergogna dei politici e di una classe dirigente. Una vergogna che in assenza di memoria critica s’è estesa. A Scalfari, Craxi aveva detto: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi». Oggi, gli interessi particolari sono diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per tanti.

La modernizzazione di Craxi fallì dunque molto prima di Mani Pulite, a causa del malaffare in cui i partiti, compreso il suo, nuotavano. Fallì perché il Pci si oppose per anni all’alternanza, preferendo compromessi con la Dc che preservavano lo status quo. Fallì per l’immobilità in cui Craxi stesso sprofondò: il primum vivere divenne brama del vivere per vivere, di arraffare frammenti del presente e del potere, di non progettare più nulla.

Il socialismo italiano naufragò per colpa dei socialisti, non dei magistrati: e naufragò perché più di altri aveva suscitato sì vaste attese.

Perfino alcuni successi del capo socialista andrebbero narrati in maniera meno edulcorata, censurata. Sigonella non fu un atto di autonomia verso l’America, ma la misera messa in libertà d’un gruppo terrorista (i palestinesi di Abu Abbas) che aveva ucciso proditoriamente, sull’Achille Lauro, un anziano americano in sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, solo perché ebreo. Anche in economia Craxi non fu modernizzatore. Lo spiega bene Salvatore Bragantini, sul Corriere del 14 gennaio: sotto la guida sua e dei successori «il nostro debito pubblico è volato dal 60% al 120% del Pil; (...). Nell’escalation del debito ebbe il suo bel peso l’aumento dei costi delle opere pubbliche dovuto alle tangenti, scoperte grazie a Mani Pulite».

Oggi, censurare tanta parte del passato è utile soprattutto a Berlusconi e alla sua offensiva contro la giustizia. Se il duello è tra vincitori e vinti, e non tra buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere finalmente la guerra. Oggi ci si difenderà dai processi, ma restando al potere anziché fuggendo come latitanti. Stefania Craxi lo ha detto chiaramente, il 3 gennaio alla televisione: «La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono». A questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l’esame di coscienza che da essa ci libererebbe. Fonte:Antimafia2000.it


NOSTRO COMMENTO: condividiamo in toto l’ottima analisi della giornalista e scrittrice Barbara Spinelli. Il nostro augurio è che non perdiamo completamente la memoria del passato per non rifare gli stessi errori. Ma come dice GB Vico la storia si ripete!

 

 

Di Ferdy - Pubblicato in : Politica
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